Dopo (troppi) mesi di attesa, finalmente ci siamo. Domenica scorsa, negli Stati Uniti, è ripartita Mad Men, alla sua quinta stagione, con un battage pubblicitario degno del culto che, negli anni, la serie cable di AMC è riuscita a sviluppare. Anche tra persone insospettabili, come assidui cinephiles e teorici della letteratura-sopra-ogni-cosa. Ma senza dimenticare le masse: 3 milioni e mezzo di spettatori americani si sono trovati così ad assistere al primo, eccezionalmente doppio, episodio della stagione. Zou Bisou Bisou.
Teaser - Don Draper is back! -, promo più tradizionali, discorsi sparsi in giro per la rete. Sticker di GetGlue, edizioni speciali di Newsweek interamente impaginate come nei Sixties, gallery fotografiche sospese tra il dietro le quinte e il come eravamo. Timeline di riassunto, giochi in otto bit, le mosse virali del cosiddetto draping.
E ancora analisi di ogni tipo, sulla stampa internazionale come su quella italiana (inevitabile, per una serie che "piace alla gente che (si) piace"): interpretazioni sociologiche e letture economiche, divertissement e spiriti-del-tempo.
Ma Mad Men diventa anche la scusa per scavare un po' più in profondità, per tornare a quegli anni lì. Retromania? Rimpianto di tempi lontani, e spesso mai vissuti? Apprezzamento per un'estetica classica eppure attuale? Sguardo rivolto a un'epoca tutto sommato ingenua?
Forse tutte le cose insieme. Basta poco, così, per perdersi nella raccolta di spot pubblicitari televisivi degli anni Cinquanta e Sessanta del Prelinger Archive, segnalata dall'Atlantic (e da un collega). Altro che Carosello! Buona visione.
mercoledì 28 marzo 2012
venerdì 23 marzo 2012
Ma quanto vale un trending topic?
Tutti a parlare della social tv, secondo alcuni la next big thing (di parte) del settore televisivo.
Il commento in diretta sui social network, la creazione di discorso, discussione e reputation, la naturale prosecuzione live della chiacchiera con i colleghi davanti alla macchinetta del caffè, la mattina dopo. Tra trending topic di Twitter, migliaia di fan su Facebook, e (per i più raffinati) i check-in di Miso e GetGlue.
Il commento in diretta sui social network, la creazione di discorso, discussione e reputation, la naturale prosecuzione live della chiacchiera con i colleghi davanti alla macchinetta del caffè, la mattina dopo. Tra trending topic di Twitter, migliaia di fan su Facebook, e (per i più raffinati) i check-in di Miso e GetGlue.
Nella foga, si rischiano però di perdere le reali dimensioni del fenomeno. Che in Italia è ancora tutto sommato marginale, riservato ai due gruppi spesso non comunicanti degli opinion leader e dei "nativi digitali". Ma che in altri mercati più evoluti (anche per infrastrutture e banda) quali gli Stati Uniti sta raggiungendo grandezze ragguardevoli.
A mettere in fila qualche dato, pur frammentario, ci aiuta The Hollywood Reporter, che in uno slideshow (che alterna momenti di maggiore interesse strategico ad altri più curiosi) sintetizza i risultati di una ricerca originale di THR e Penn Schoen Berland: da Facebook a YouTube, dalle star ai generi televisivi di cui si parla di più in rete, che succede alla tv nei discorsi online?
Forse in questi dati c'è un po' di sopravvalutazione (soprattutto sul dichiarato degli spettatori), e stiamo pur sempre parlando di un mercato americano che i semi di questa "televisione convergente" li ha piantati anni fa.
Meglio non abbassare la guardia, e prestarci attenzione.
mercoledì 21 marzo 2012
Mi faccia un blurp!
Gli anglosassoni, gente precisa, hanno persino un nome, per quelle frasi e citazioni lanciate con grande enfasi sulle fascette che circondano le copertine dei libri in uscita: blurb. Un suono innaturale, come - troppo spesso - innaturali sono le lodi sperticate che gridano al nuovo capolavoro, cercando di convincere il futuro lettore che si aggira tra gli scaffali di una libreria. Ma un marketing così aggressivo funziona o indispone?
Una risposta non ce l'abbiamo, ma due proposte sì.
La prima è la testimonianza di Edoardo Camurri uscita su La Lettura del Corriere della sera: gli strilli sono irresistibili per il "pollo" da libreria, pronto a farsi convincere (e prendere in giro) dagli autori e dagli editori che più ama, e poi a perdonare la mancata aderenza tra la valutazione di copertina e il contenuto.
La seconda è un blog, provocatoriamente chiamato Fascetta nera, che raccoglie le perle di questo sottogenere letterario, ne indaga le peggiori abiezioni, mette a confronto le intenzioni con la dura realtà (e un bel po' di sano cinismo). A mimare il più classico dei blurb: una raccolta da non perdere!
lunedì 19 marzo 2012
Meme? Chi ha detto meme?
Qualche anno fa non si parlava d'altro. Tra LOLcatz e Gemmedelsud, polpi Paul e "Leave Britney alone", il virale sembrava essere una delle marche distintive del web, forse la sua vera forma di narrazione originale: contenuto + ironia + circolazione. Ne abbiamo scritto anche su Link, con un contributo di Henry Jenkins sulle ragioni dei memi pubblicati nel nostro Mono Ripartire da Zero.
Ora, qualche tempo dopo, nel mondo dei video ad alta diffusione c'è affollamento. Molteplicità di possibilità espressive (complice una piattaforma divenuta quasi un generatore automatico di memi, come Tumblr), tanto rumore di fondo, una certa difficoltà a emergere. Ogni tanto, però, vale la pena di dare un'occhiata. Semplicemente perché si tratta di idee folli e divertenti. E, talvolta, perché - per qualche via traversa - sono in grado di porre l'attenzione su aspetti interessanti della cultura pop.
Due esempi televisivi. Il primo è "Batman running away from shit", con il supereroe anni Sessanta, interpretato da Adam West in uno dei telefilm più camp della storia, accompagnato dal fido Robin, che scappa da inquietanti figure sullo sfondo. E' l'accostamento, strano eppure così ovvio, con altre figure (e scene) essenziali della pop culture, a rendere il lavoro esplosivo. Non il solito festival della gif animata, insomma...
Il secondo è "Hey sir Alfred, WTF are you doing?", che prende uno snodo ancora più importante della serialità americana, Alfred Hitchcock Presents, e ne isola singoli fotogrammi, tratti prevalentemente dai momenti di introduzione all'episodio interpretati e "firmati" dallo stesso regista inglese. Basta questo, per inserire uno dei cineasti più acclamati di sempre entro pose imbarazzanti. Senza senso, eppure ipnotiche.
(e qui c'è pure lo zampino di una vecchia conoscenza di Link...)
Ora, qualche tempo dopo, nel mondo dei video ad alta diffusione c'è affollamento. Molteplicità di possibilità espressive (complice una piattaforma divenuta quasi un generatore automatico di memi, come Tumblr), tanto rumore di fondo, una certa difficoltà a emergere. Ogni tanto, però, vale la pena di dare un'occhiata. Semplicemente perché si tratta di idee folli e divertenti. E, talvolta, perché - per qualche via traversa - sono in grado di porre l'attenzione su aspetti interessanti della cultura pop.
Due esempi televisivi. Il primo è "Batman running away from shit", con il supereroe anni Sessanta, interpretato da Adam West in uno dei telefilm più camp della storia, accompagnato dal fido Robin, che scappa da inquietanti figure sullo sfondo. E' l'accostamento, strano eppure così ovvio, con altre figure (e scene) essenziali della pop culture, a rendere il lavoro esplosivo. Non il solito festival della gif animata, insomma...
Il secondo è "Hey sir Alfred, WTF are you doing?", che prende uno snodo ancora più importante della serialità americana, Alfred Hitchcock Presents, e ne isola singoli fotogrammi, tratti prevalentemente dai momenti di introduzione all'episodio interpretati e "firmati" dallo stesso regista inglese. Basta questo, per inserire uno dei cineasti più acclamati di sempre entro pose imbarazzanti. Senza senso, eppure ipnotiche.
(e qui c'è pure lo zampino di una vecchia conoscenza di Link...)
venerdì 16 marzo 2012
Tutti gli ammazzamenti minuto per minuto
Potremmo partire con una dotta disquisizione sul ruolo che i Simpson, ventitre anni dopo la loro prima puntata (e più di venticinque dopo la loro prima apparizione, poco più che bozzetti, al Tracey Ullman Show), hanno stabilmente assunto dentro la cultura pop di più generazioni.
Potremmo, invece, sottolineare l'importanza di artifici retorici come la meta-televisione, il quadro nel quadro, la satira sul piccolo schermo fatta dentro i programmi tv.
Ma è venerdì, sta per cominciare il weekend, e abbiamo tutti un po' più di tempo libero. E quindi basta con le parole, basta con le riflessioni. Ecco un consiglio per passare un'oretta: tutti i microepisodi di Itchy and Scratchy, altresì noti come Grattachecca e Fichetto, messi in fila, uno dopo l'altro.
Buona visione!
(via Giavasan)
Potremmo, invece, sottolineare l'importanza di artifici retorici come la meta-televisione, il quadro nel quadro, la satira sul piccolo schermo fatta dentro i programmi tv.
Ma è venerdì, sta per cominciare il weekend, e abbiamo tutti un po' più di tempo libero. E quindi basta con le parole, basta con le riflessioni. Ecco un consiglio per passare un'oretta: tutti i microepisodi di Itchy and Scratchy, altresì noti come Grattachecca e Fichetto, messi in fila, uno dopo l'altro.
Buona visione!
(via Giavasan)
mercoledì 14 marzo 2012
Spoiler Alert!
Lo spoiler, croce e delizia della serialità televisiva.
Croce di chi ancora non ha visto le nuove puntate, e si vede rovinare colpi di scena e snodi narrativi imprevisti. Delizia di chi ama raccontare, chiosare, svelare, sottolineare tutto dei propri telefilm preferiti.
Non se ne esce, e tutto è reso complicato da una fruizione del prodotto seriale sempre più articolata. Sulla tv generalista, nelle repliche del digitale, sulla pay tv in anteprima. E nei depositi dell'on demand, nelle praterie del download e dello streaming illegale, nelle maratone di visione come nelle attese in linea ai palinsesti americani.
Ma come stabilire delle regole? Come arginare, almeno in parte, questa inevitabile deriva, questa ferita più o meno consapevole alla natura del racconto?
C'è chi, come Jonathan Gray e Jason Mittell, ha provato a ragionare seriamente sullo spoiler, e su come questa pratica intacchi le dinamiche del consumo (e pure il testo televisivo, sempre più modulare e frammentato).
E c'è chi ha provato a fare qualcosa. Come CollegeHumour, che propone - con l'aiuto di alcuni attori molto noti, protagonisti di Heroes, Dexter, The Wire e altre serie tv - una serie di regole molto rigide per contenere gli spoiler. Si fa per scherzare (forse...).
(via Inkiostro/Kekkoz)
Croce di chi ancora non ha visto le nuove puntate, e si vede rovinare colpi di scena e snodi narrativi imprevisti. Delizia di chi ama raccontare, chiosare, svelare, sottolineare tutto dei propri telefilm preferiti.
Non se ne esce, e tutto è reso complicato da una fruizione del prodotto seriale sempre più articolata. Sulla tv generalista, nelle repliche del digitale, sulla pay tv in anteprima. E nei depositi dell'on demand, nelle praterie del download e dello streaming illegale, nelle maratone di visione come nelle attese in linea ai palinsesti americani.
Ma come stabilire delle regole? Come arginare, almeno in parte, questa inevitabile deriva, questa ferita più o meno consapevole alla natura del racconto?
C'è chi, come Jonathan Gray e Jason Mittell, ha provato a ragionare seriamente sullo spoiler, e su come questa pratica intacchi le dinamiche del consumo (e pure il testo televisivo, sempre più modulare e frammentato).
E c'è chi ha provato a fare qualcosa. Come CollegeHumour, che propone - con l'aiuto di alcuni attori molto noti, protagonisti di Heroes, Dexter, The Wire e altre serie tv - una serie di regole molto rigide per contenere gli spoiler. Si fa per scherzare (forse...).
(via Inkiostro/Kekkoz)
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