martedì 31 marzo 2009

Televisione, di tutto di +1.

Evidenze dal multipiattaforma: i canali si moltiplicano, si scompattano, si ricompongono. Tra nuovi titoli e forme ibride prende piede una forma geniale nella sua semplicità: il +1.
La stessa programmazione del canale "ufficiale", soltanto spostata di un'ora. Catch up TV: se mi perdo l'inizio di qualche programma, basta pazientare un poco e questo ricomincerà sul canale successivo. E' prassi internazionale, è consuetudine italiana. Prima grazie a Sky (che "ritarda e raddoppia" i canali cinema, le reti Fox, qualche Discovery e canale di cartoni), poi grazie a Mediaset Premium (dove sono in doppia versione Joi, Mya, Steel e Disney Channel).
La formula funziona, e rivela appieno le sue potenzialità con reti dalla programmazione modulare, definita, discreta. Con i film, con le serie televisive, con i reality show "confezionati" in registrata, con i cartoni animati.

Ma cosa succede quando a diventare +1 sono i canali "normali", quelli della cara vecchia tv generalista? Questa è la sfida di oggi. E così, da qualche settimana, nel grande laboratorio televisivo che è diventata la Sardegna, Mediaset mette a disposizione in versione doppia, oltre a Boing, anche Canale 5, Italia1 e Retequattro. Per scovare il fascino della ripetizione a stretto giro. E, chissà, per intercettare nuove modalità di fruizione. Se la rete resta (quasi) la stessa, i consumi cambiano. Tocca stare a vedere...

venerdì 27 marzo 2009

Il ritorno della fiction europea

Nell’ultimo numero di Link l’Osservatorio Internazionale Tv di RTI ci ha raccontato come e quanto la contrazione degli investimenti pubblicitari nel mercato televisivo abbia inciso sulla produzione di fiction nazionale in Europa.

Se è vero che i broadcaster europei non hanno ancora abbandonato le misure di contenimento dei rischi (diminuzione del numero di novità, pezzature ridotte, strategie di ottimizzazione dei palinsesti), tuttavia è proprio l’Osservatorio a darci notizia di segnali di ripresa per la fiction europea nel 2009.

Fatta eccezione per la Germania, dove sembra che a godere di buona salute siano solo i tv movie, la fiction nazionale in Spagna, Francia e Inghilterra ha regalato qualche sorpresa in positivo.

A partire dal kolossal di cappa e spada Águila Roja, che ha rappresentato per La1 il miglior debutto di serie spagnola dal 2005 a oggi; ottimi anche i risultati del cupo film tv El Castigo (Antena 3) e della seconda stagione dell’ormai celebre – e discussa – Sin Tetas No Hay Paraìso (Telecinco).

Segnali positivi arrivano anche da Canal+ – unica, in controtendenza, ad aver aumentato la propria raccolta pubblicitaria – che da un paio d’anni ha avviato una consistente produzione di fiction, seguendo una linea editoriale audace, volta alla sperimentazione di nuovi generi e formati. In questo “terreno fertile” sono nati prodotti che hanno catturato anche l’attenzione dei network USA, come XIII, Doom Dooom e il bizzarro Hard, storia di una donna che, con l’improvvisa morte del marito, scopre di dover portare avanti l’impresa di famiglia di cui era all’oscuro: una casa di produzione di film porno. Una sorte simile tocca alla protagonista di Mafiosa, nipote di un boss della mafia corsa che dopo la sua morte viene nominata capo clan. Già alla seconda stagione, questa serie di grande successo è stata confermata anche per il prossimo anno.

Infine, l’Inghilterra.
Nuovi, interessanti prodotti dal multichannel: uno su tutti, l’horror Dead Set – creato da Charlie Brooker, il geniale autore di Screenwipe – trasmesso da E4 nell'autunno 2008 e riproposto poche settimane dopo da Channel4, che si è imposto a pieno titolo come serie di culto, mischiando al terrore per gli zombie (quello per) il Grande Fratello.
Tra blocchi di produzione e tagli di budget e personale, sorprende ITV1 con il debutto record di Whitechapel (più di 9 milioni di spettatori), mini serie poliziesca che – s’intuisce – ruota attorno ai delitti di un moderno Jack lo squartatore. Curioso che proprio ITV, forse la rete più colpita dalla crisi, sia anche quella che continua a credere nella fiction originale come risorsa strategica. Linea che, a giudicare dai dati d’ascolto, è stata pienamente ricompensata.

martedì 24 marzo 2009

Pasti gratis. O no?

"There ain't no such thing as a free lunch", dice l'adagio americano.
Nulla è gratuito: anche se lo sembra, c'è qualcuno che ha pagato per te. Vale per gli acquisti "concreti", vale per la televisione commerciale. Vale - lo ricorda proprio questa settimana l'Economist - anche per il web.
In tempi di crisi, c'è poco da scherzare. E così tramontano gli idealismi del gratuito in rete, e le più concrete aspirazioni di un modello ibrido tra free e premium. Dicono: bisogna essere concreti, e ritornare ai cari, vecchi e produttivi modelli di business dell'era pre-digitale. E provare così a evitare l'esplosione di una seconda bolla di Internet. Ma ne siamo sicuri?
Riprendendo la metafora iniziale, qualcuno dovrà pur pagare il conto. Ma, visto anche il crollo degli investimenti pubblicitari, non si potrebbe - invece di andare sul (presunto) sicuro "a passo di gambero" - sfoltire per selezione naturale il nugolo di competitor e fare in modo che la logica del freemium - finalmente - funzioni? Per i Radiohead come per Lost. E, forse, per i quotidiani.

lunedì 23 marzo 2009

Dal Daily Me al Weekly Me?

1995. Esce Essere digitali di Nicholas Negroponte. A rileggerlo ora, sembra quasi un libro di barzellette. Ma tra le profezie e le visioni entusiastiche del guru bostoniano si annidano intuizioni destinate a rimanere, come quella del cosiddetto "daily me". Un quotidiano personalizzato, fatto su misura per il singolo individuo, contenente tutte le notizie che lo interessano. Qualcosa di simile a quello che oggi chiamiamo feed reader, forse.

Bene. Della crisi della carta stampata abbiamo già parlato. Ma le cose continuano a muoversi, come accade durante ogni rivolgimento. E così due notizie, due trovate apparentemente lontanissime possono agganciarsi - forse - in un'intuizione.

Dal blog di Christian Rocca, al solito informatissimo sulle cose americane, apprendiamo una nuova iniziativa del gruppo Time Warner. Si tratta di Mine. Ti colleghi al sito, ti iscrivi, selezioni cinque riviste tra quelle messe a disposizione dal gruppo (tra cui Time e Sports Illustrated), indichi alcune preferenze personali ed è fatta. Per cinque uscite, nella casella postale fisica o elettronica, arriverà una rivista fatta su misura, combinando gli articoli dei settimanali "normali" sulla base dei gusti indicati. A finanziare il tutto, alcuni sponsor di alta fascia. A partire dalla Lexus.

Da Colophon, rassegna lussemburghese di editoria periodica, rileviamo invece un'altra tendenza. La nascita di riviste, a periodicità casuale, fatte su misura di chi le realizza. Un esempio è Karen, magazine inglese che esce due volte l'anno e che contiene la vita, le relazioni, le conversazioni di Karen Lubbock, della sua famiglia, dei suoi amici, dei suoi vicini di casa. Un progetto grafico, artistico, editoriale - di nuovo, un lavoro "di fascia alta" - che sublima l'egocentrismo e lo trasforma in un punto di vista unico e inimitabile.

Da una parte la rivista fatta per me, dall'altra l'io fatto rivista. Che sia questa, all'insegna di una "settimanalizzazione" di lungo corso (già rilevata dagli storici del giornalismo, a partire da Paolo Murialdi), la via d'uscita per la cara vecchia - e, diciamolo, almeno in parte irrinunciabile - carta stampata?
Weekly me, that's the answer.

giovedì 19 marzo 2009

Pubblicità e nuovi bisogni

Negli USA la tv stava per nascere pay. Pochi lo sanno, ma il mezzo che avrebbe cambiato per sempre la società in cui viviamo, doveva nascere pay sotto l’egida della major hollywodiane. Negli Anni 30 e 40 lo studio system aveva una struttura a piramide rovesciata, controllava tutta la filiera, comprese le sale di distribuzione. Variety sostiene che nel 1947 il 70% dei profitti degli studios provenisse proprio dalle sale. Naturale quindi che la tv venisse intesa come un’opportunità ulteriore di distribuzione. Nacquero così due modelli: la subscription tv (pay ante litteram) e la theater tv (tv in sala). Entrambi i modelli fallirono. Per l’opposizione della Federal Communication Commission (FCC) e per il contemporaneo sviluppo di una tv gratuita pagata dalla pubblicità. La tv commerciale.

La pay tv, come sappiamo, sarebbe arrivata dopo.

Ma è del modello ad based che vogliamo parlare.

Proprio questo modello, nelle sue molteplici incarnazioni, è da sempre alla base della distribuzione free. Anche online, Google docet.

Ma è proprio questo modello che sembra oggi in crisi. Perlomeno quando legato a media tradizionali, anche nella loro versione digitale.

I giornali sono alla frutta. Hanno molti lettori online ma nessun modello di business per monetizzare i contatti. E intanto vendono meno copie di prima.

Il modello delle tv commerciali, invece, sembra ancora reggere il colpo. Ma necessita sicuramente di un’evoluzione.

Torniamo negli USA, dove tutto ha avuto inizio. Nel numero di marzo di Wired, Eliot Van Buskirk afferma che il 20% degli spettatori dei più importanti show televisivi è fuori dalla tv. Un numero che prevede in forte crescita: “Over the next 3 years to 5 years, the 30-second ad will be half as important as it is today”. Del resto la crescita dell’utilizzo del PVR e l’abitudine a consumare online il prime time dei network USA, è un fenomeno inarrestabile.

Per contro, sullo stesso numero di Wired, Laura Rich afferma che la recente stagione televisiva ha visto una crescita degli spettatori (+1,3%) e della spesa per l’advertising on air (+8,4% per la cable tv; +0,9% per i network), contro una performance negativa (-0,6%) del totale comparto media.

Entrambi, però, concordano nell’invocare un necessario cambio di paradigma per gli spot da 30’.

Al fianco dell’irrinunciabile tv – che offre anche la possibilità del product placement – i major media player sentono l’esigenza di avere rapporti più diretti e bidirezioanli con i loro potenziali clienti. Il problema nasce quando si cerca di capire come farlo. E la soluzioni al momento sembrano davvero poco convincenti, e se possibile ancora più invasive e fastidiose dello spot da 30’, vedi Blinkx. Intanto You Tube continua nell'incapacità di monetizzare le views generate.

In attesa che qualcosa di nuovo e convincente faccia la sua comparsa, qualcosa che sappia coniugare advertising con il tema dell’ecologia dell’attenzione, le parole di Laura Rich ci sembrano le più realistiche: “Consumers don’t hate advertising, they just hate irrilevant, disruptive advertising. The 30-second spot is sorely in need for a makeover”.

Crisi permettendo.

lunedì 16 marzo 2009

Ieri, oggi. E domani?

Si parla tanto della fine dei giornali, là fuori.
Lo sappiamo, è un argomento ricorrente degli ultimi anni. Anche in Italia c'è chi ha deciso di fissare con precisione la data dell'ultima copia del New York Times. Apocalittici e integrati, come sempre.
Eppure, complici la crisi economica e la chiusura (o gli annunci di chiusura) di un certo numero di quotidiani americani, mai come in questi giorni sul web e sui giornali stessi ci si interroga sul futuro della carta stampata. E non solo: delle redazioni web legate alle stesse testate, di una certa idea di giornalismo as we know it.
Da una parte, c'è chi tira fuori dal cappello l'idea antica di far pagare - pagare! su internet! - i contenuti di valore, magari con nuove forme di micro-pagamento che superino l'ancora troppo macchinoso PayPal (e simili sistemi): è la tesi, per esempio, di Walter Isaacson su un Time di qualche settimana fa.
Dall'altra parte, c'è chi - secondo il vecchio adagio del dito e della luna - punta l'attenzione sul sistema informativo più generale, e sui cambiamenti che - forse senza che ce ne accorgessimo, come del resto avviene quasi sempre - hanno pian piano scalfito quel che pensiamo siano - e ci debbano dare - i quotidiani, i settimanali, i loro siti. Ne parla Clay Shirky, ne parla Steven Johnson (sì, proprio quello di Tutto quello che fa male ti fa bene). Ripresi da Luca Sofri (i cui ottimi sunti sono qui e qui), Giuseppe Granieri, Sasaki Fujika e molti altri.
Ci permettiamo, in questo scontro fra titani, di aggiungere un piccolo tassello. Forse quello che sta entrando in crisi, per molteplici ragioni, è il concetto stesso di notizia. Come dimostra Peppino Ortoleva (in Link 6, o nel suo ultimo libro Il secolo dei media), l'idea di notizia è un fatto storico, nato a un certo punto e con ogni probabilità destinato a modificarsi nel tempo, o persino a essere sostituito da un modello radicalmente nuovo. Può essere che l'abolizione dell'intermediazione operata da giornali e giornalisti "classici", o la modifica di forme, valori e linguaggi vadano esattamente nella direzione di un superamento. Di un cambio di paradigma.
Nessuna conclusione, per ora. Solo materiali per un dibattito. Che, ci auguriamo, possa continuare (anche) su queste pagine.

venerdì 13 marzo 2009

Sguardi su Link 7/10 - Il fascino indiscreto dell'archivio

Altro che archeologia del presente. La storia della televisione è ora. Basta muoversi tra le varie offerte dei canali generalisti. O affrontare il mare magnum dei canali digitali. Per trovare, rimasticati o incapsulati in un discorso apparentemente nuovo, frammenti della tv del passato. Da Blob a YouTube (e viceversa), l'archivio della televisione si fa sempre più spesso sulla televisione stessa (o su una delle sue sempre nuove rimediazioni).
Lo spettatore, come dice Gregorio Paolini su Link 7, o il broadcaster, usa vecchi mattoni per le sue nuove costruzioni. Il problema è che lo fa (lo fanno) senza principi ordinatori. Meglio ancora, con canoni multipli e spesso contrastanti. Tanto che, sempre più, si sente la necessità di fare ordine in quella che rischia di diventare una borgesiana biblioteca di Babele. Lo scrive Aldo Grasso, lo conferma Carlo Freccero. Quando anche in Italia ci si accorgerà della necessità di un grande archivio nazionale come l'INA, che da anni raccoglie l'intera produzione audiovisiva francese?
PS. Stasera, tra le altre cose, si parla di mash-up television al Grande Talk. Ore 22.35, su SaT2000.

lunedì 9 marzo 2009

Sguardi su Link 7/9 - Brand is now!

(illustrazione di Luca Falcone)

Notizia fresca (ma non troppo): fra un paio di giorni, il Senato dirà sì. Manca poco, e presto anche sulla televisione italiana sarà legale il product placement. Vale a dire, la possibilità di inserire nei programmi televisivi (a pagamento) brand, marchi e oggetti commerciali.
Ormai ci siamo abituati: non solo il cinema italiano, cui la pratica è concessa da qualche anno, ma anche tutte le serie tv che arrivano dagli Stati Uniti fanno ampio uso dei marchi, collocati qua e là sullo schermo. Del resto, come ha rilevato Marco Vecchia su Link 7, espedienti del genere si possono far risalire persino ai primi film dei Lumière...
Davvero, pensiamoci: quante volte abbiamo visto inquadrato la lattina di una bibita, l'insegna di un negozio di abbigliamento, la tazza di quella caffetteria, la carrozzeria di una macchina, la mela luminosa dietro lo schermo di un portatile? Già, non si contano.
Ora la tv italiana potrà finalmente pareggiare i conti, si spera con la dovuta moderazione... Rappresentare la realtà di oggi è anche questo, come rileva giustamente Matteo Bordone. E un po' di soldi, in tempi di crisi, fanno comodo.
Solo un piccolo dispiacere: la necessità di sostituire i marchi reali con altri di finzione è sempre stata una prova di ingegno non indifferente... Perché una birra Duff, o i cracker marchio Dharma, valgono mille Coca-Cola.

venerdì 6 marzo 2009

A mezzanotte, tutti gli agenti…

Lo aspettavamo da tanto ormai.
E, finalmente, da stasera potremo vedere al cinema Watchmen.

Non ci soffermeremo per l’ennesima volta sul fatto che l’opera di Alan Moore e Dave Gibbons sia un capolavoro (e se non lo sapete, siete ancora in tempo per recuperarne una copia e leggerla!), né ripercorreremo la travagliata vicenda di questo film, atteso per anni dai fan e rinnegato dal suo autore (ma con Alan Moore va sempre così).

Quello che più colpisce a proposito di Watchmen è che negli ultimi mesi abbiamo assistito sul web a una diffusione continua - quasi un’alluvione - di materiali legati al film: una miriade di immagini promozionali, widget, videogiochi, trailer e dietro le quinte, tanto da rendere perfino estenuante seguire l’intera campagna pubblicitaria.
La strategia di marketing virale adottata dalla Warner Bros ha raggiunto il culmine con il lancio del sito The New Frontiersman e l’apertura di account collegati su Facebook, Flickr, YouTube e Twitter. Un’operazione a supporto del film che ha saputo sfruttare come mai prima d’ora le potenzialità del web e dei social network per creare hype in vista dell’uscita nelle sale.

Ma c’è di più: le espansioni del testo filmico delle quali si nutre questa campagna virale (il giornale di Rorschach, i manifesti pubblicitari d’epoca, i video di propaganda e di news…) sono in grado di creare un universo finzionale talmente denso e dettagliato da rendere “quasi reale” quel 1985 distopico immaginato da Moore, producendo per lo spettatore un’esperienza profonda e immersiva che va ben al di là della semplice visione del film.
Ecco, per esempio, un finto telegiornale degli anni Settanta che ripercorre la storia del Dottor Manhattan.



C’è da dire però che gran parte dei riferimenti è autoreferenziale, ammicca al fan ma a volte risulta oscura per il pubblico non appassionato. Ciò nonostante, la strategia di viral marketing messa in atto sembra funzionare, anche perché, come ha sottolineato Giovanni Boccia Artieri sul suo blog, è del tutto coerente con lo stile di scrittura di Moore e con il linguaggio del suo fumetto.

E quando la mattina, scendendo in metropolitana, trovi la copia del quotidiano free press invasa dagli articoli del New Frontiersman, è segno che qualcosa sta cambiando…

giovedì 5 marzo 2009

Sguardi su Link 7/8 - Repetita iuvant?


Tante reti, tante ripetizioni. Il palinsesto, nell'era del multipiattaforma, diventa replicante. Il magazzino di nuovi film e vecchi programmi esonda in molteplici declinazioni su emittenti e offerte tv diverse. Lo stesso contenuto può essere visto più e più volte, isolato dal flusso televisivo (dal cofanetto al VOD) oppure pienamente immerso in una sequenza che alterna - come sempre nell'industria culturale, direbbero Adorno e poi Morin - il (poco) nuovo e il (moltissimo) sempre uguale.

Ma non è necessariamente un male. Anzi, la riproducibilità costante e sempre fresca di un programma è frutto e al tempo stesso garanzia di qualità, come dimostrano le serie tv: a chi non è mai capitato di fermarsi su un episodio già visto mille volte dei Simpson o di Friends, di Desperate Hosewives o di CSI? Da un lato, come scrive Aldo Romersa su Link 7, sia il pubblico sia gli addetti ai lavori sono pigri, vittima di una costante coazione a ripetere, e a ripetersi. Dall'altro, come intuisce Fausto Colombo nel suo saggio, proprio la ripetibilità è una caratteristica che porta a isolare il programma televisivo come entità a sé stante, e a dargli un nuovo valore anche culturale. Chi ha ragione? Probabilmente entrambi. Intanto, il dibattito è aperto.

martedì 3 marzo 2009

Contemporaneamente, più o meno

Giovedì 5 marzo 2009.
In primo piano la data, che è qui l'elemento più importante. Non per un compleanno, o una ricorrenza. Ma perché forse, in quella storia minima che è il percorso pluriennale della televisione, questo giorno troverà un suo piccolo posto. Completiamo la frase.
Giovedì 5 marzo 2009, alle 22, andrà in onda su Fox il primo episodio di The Listener.
Tutto qui? In effetti, la notizia lascia un po' il tempo che trova. Una serie televisiva canadese, un paramedico che legge nella mente altrui. Già visto, già sentito. E probabilmente non all'altezza di tanti altri prodotti già in onda (o di là da venire).
Ma non è qui che sta il fulcro della vicenda. Anzi, forse proprio la sua debolezza rispetto a brand ben più noti ha fatto sì che l'innovazione fosse di altro genere. Non tanto legata al prodotto in sé, quanto alle logiche del palinsesto, del flusso tv, in definitiva della televisione as we know it (o as we knew it, fate voi).
The Listener è infatti la prima serie dalla messa in onda globale. Di produzione canadese, come già si è detto, sarà programmata lo stesso giorno in Canada e in buona parte del mondo, Italia compresa (ma non negli Stati Uniti, dove NBC la lancerà più avanti). Grazie alla sinergia tra i canali internazionali Fox, che sfruttano una presenza mondiale. E grazie a una certa lungimiranza.

La televisione è sempre stata nazionale. Sembra strano dirlo, nell'epoca del format e della serialità americana. Non ci credete? Una semplice domanda: provate a elencare tre conduttori della televisione francese (o spagnola, o britannica). E nazionale resta, nei contenuti e nei ritmi, per tante ragioni: la lingua, il sistema produttivo, la legislazione, le abitudini del pubblico.
Al tempo stesso, però, sempre più gente trova nuove strade per rompere questa antica costrizione. Perché aspettare un anno o più se qualche anima pia mette a disposizione la mia serie preferita non appena questa va in onda sulla tv americana? Basta organizzarsi: qualcuno scarica, qualcun altro si passa le puntate; qualcuno sottotitola, come abbiamo raccontato su Link 6 seguendo le attività di Itasa e Subsfactory; qualcuno ancora guarda e commenta, creando spazi di discussione anticipata come Serialmente (di cui, o meglio con cui, parleremo più avanti). E una fascia sempre più consistente di pubblico appassionato smette di seguire i tempi della tv italiana (sia essa in chiaro o a pagamento) e si "attacca" a un altro palinsesto, quello americano.
Tanto da creare una nuova "finestra", un nuovo modo di vedere uno stesso contenuto tv. Che anticipa le finestre successive, pay e free, bloccate dalle loro licenze e dai loro tempi. Talvolta danneggiandole, talvolta favorendole tra buzz e altro hype.

Ecco che diventa importante, anziché contrastare il cambiamento ignorando le tendenze dei fan (che, è vero, restano minoranza, ma anticipano sempre più bisogni e aspettative che si diffonderanno presto o tardi nel pubblico più ampio), giocare d'anticipo. Ed ecco che la trasmissione in contemporanea di una stessa serie - sia pure The Listener - in tutto il mondo, azzerando un intervallo di tempo per alcuni sempre più difficile da sopportare, va proprio in questa direzione. Non una visione globale "in diretta" (restano gli stacchi, restano - banalmente - i fusi orari), ma una visione che avvicina quanto più possibile i differenti contesti locali: la "comunità immaginata" dell'ascolto televisivo è così grande solo per le Olimpiadi e altri media events.
Certo, è difficile per ora pensare a un grande network americano che decide consapevolmente di "tenere fermo" anche solo per qualche settimana un prodotto di punta, così da dare il tempo alle varie reti in giro per il mondo di adattarlo, doppiarlo, sottotitolarlo. Il mercato internazionale resta ancillare, la sensibilità per la "periferia dell'impero" limitata.
Ma è senza dubbio un primo passo. Un primo punto segnato. E chissà che prima o poi, complici le professionalità che i fansubber stanno via via mettendo a frutto, non sarà possibile una quasi-diretta della programmazione americana, in lingua originale sottotitolata. Noi siamo pronti a scommettere che ci sarà gente disposta a pagare, per questo.

lunedì 2 marzo 2009

Sguardi su Link 7/7 - C'è crisi dappertutto...

(illustrazione di Luca Falcone)

"C'è la crisi: pubblicità e investimenti sulla rete non crescono più. [...] Bisogna fare soldi nel più breve tempo possibile. [...] Difficilmente la pubblicità può essere l'unica fonte di ricavi. Andiamo verso un business basato sul Freemium, cioé sia sui servizi free che su quelli premium, a valore aggiunto e a pagamento". Così Chris Anderson, direttore del Wired statunitense, intervistato da Enrico Grazzini sul Corriere Economia di oggi.
Tira una brutta aria in questi mesi, anche nelle mirabolanti start-up del web 2.0. Ma, come accade a ogni crisi di sistema, queste difficoltà potrebbero portare presto - finalmente! - a una stabilizzazione del modello di business su cui si basano le variegatissime imprese internettiane.
C'è bisogno di soldi, e di porre basi concrete a grandi idee che finora si sono rette in piedi da sole: perché a guadagnare sul web restano in pochi, come sottolinea Tommaso Tessarolo. E una via di fuga potrebbe essere quella tracciata proprio da Chris Anderson, opportunamente declinata per i tempi di crisi: pochi pagano tanto per contenuti di pregio, tanti si accontentano del materiale gratuito (che fa da volano promozionale per i pochi). Con declinazioni su tutti gli altri media, e implicazioni tutt'altro che scontate. Basta leggere Antonio Dini su Link 7.