Qualche giorno fa, su
Il Venerdì, Carlo Freccero parlava della televisione come storyteller. Questa funzione, quella di raccontare storie, è sempre stata alla base del successo del piccolo schermo. La novità, secondo Freccero, riguarda il fatto che questa naturale pulsione ha preso il sopravvento su tutto, informazione compresa: “è come se fossimo ritornati ai tempi dei Greci, quando si raccontavano solo miti”.
Il tema del mito ci sembra particolarmente interessante per leggere trasversalmente la tv e alcuni fenomeni extra televisivi.
Nel fantastico libro
Le botteghe color cannella,
Bruno Schulz, scrittore polacco del secolo scorso, ricostruisce la storia del padre da un punto di vista mitico. Da comune venditore di stoffe l’uomo diventa un eresiarca dotato di straordinari poteri. Secondo Schulz per raccontare la vita di un uomo non possono bastare la biografia o gli strumenti messi a disposizione dalla psicologia o da qualsiasi altra disciplina positivista. Ma, dice, bisogna fare come i Greci che alla scomparsa della seconda generazione trasformavano tutto in mito.
Trasformare tutto in mito.
Da più parti, con gradazioni e intenti molto diversi tra loro, si avverte questa tendenza.
La storia viene recuperata come mito, tanto quella collettiva quanto quella personale. In letteratura, per esempio, si è diffuso quello che è stato ribattezzato da Wu Ming il “movimento” del
New Italian Epic. Dove si tratta la Storia, specie quella nazionale, dandole una forte connotazione immaginativa, usando per esempio tecniche prese a prestito dal post-moderno, dal cyberpunk, dallo steampunk…
Questa introduzione letteraria non è tanto per nobilitare il tema “televisione”, quanto per mettere in luce un primo, esile, fuori campo.
La spinta a trattare la realtà secondo categorie mitiche piuttosto che scientifiche o realistiche non è tipica solo della tv.
Se restiamo al tema affrontato nell’ultimo numero di
Link, Mash-up Television, ci accorgiamo che il movimento naturale al recupero del passato secondo categorie non-storiche, non-critiche, è un fatto che attraversa tanto la tv intesa come industry che come “produzione” dal basso.
Se in prima serata la televisione ha cominciato a riutilizzare se stessa con successo, a fare spettacolo del proprio passato (I migliori anni, per esempio), sul web è un fatto ormai naturale che gli utenti postino, scambino, commentino frammenti di tv provenienti dal passato come fossero nuovi o attuali.
Per quanto riguarda la restituzione che la tv fa del presente, anche nell’informazione, può essere utile usare il concetto di mitopoiesi. La produzione istantanea di miti che affida a ciascuno un ruolo: un personaggio nel quale venire forzato a scapito della complessità del reale. Per rendere tutto più facilmente comprensibile.
Il mito è una lettura poetica della realtà, diceva Vico. Che poneva questa lettura subito dopo quella primordiale fatta da bestioni primitivi.
E prima di quella razionale, scientifica.
Anche i profili di Facebook rientrano nel tema dello storytelling. I profili sono forzature. Non siamo il nostro profilo. È chiaro a tutti, ma tutti ci sforziamo di adattarci al nostro profilo. Su Facebook si parla di sé in terza persona… si nobilita il proprio vissuto quotidiano come fosse una storia degna di essere raccontata. Almeno ai nostri “amici”.
Mc Sweeney’s ha raccontato Amleto secondo la retorica di Facebook. Il risultato è stato un esperimento riuscitissimo e molto divertente…